Dentro Il Bosco di Latte
L'idea
di Renato Striglia
Torino, 17 gennaio 2007
Dylan Thomas portò a termine Under The Milk Wood pochi mesi prima di morire ucciso dall’alcool a 39 anni, nel 1953. Il radiodramma gli era stato commissionato dalla BBC quasi dieci anni prima e il poeta aveva modificato più volte nel tempo l’idea primigenia. Lui stesso, recitando alcuni ruoli principali, riuscì a rappresentarlo alcune volte in pubblico e sono ancora reperibili radio-registrazioni con la sua voce. La morte lo colse piuttosto d’anticipo e non è difficile immaginare che, se avesse potuto, Thomas avrebbe ancora messo mano al lavoro che uscì dopo grosse pressioni da parte della BBC, stanca di attendere le lungaggini alcoliche dell’autore.
Dylan Thomas descrive ventiquattrore della vita di un immaginario paesino gallese. In un fluire di alta densità poetica, dove tutto è affidato alla voce e dunque alla parola, le storie e i frammenti di storie dei suoi eccentrici abitanti compongono un ritratto dove emergono insieme humor, tristezza e violenza.
La traduzione reperibile in Italia (Carlo Izzo, Guanda) non rende molto merito al linguaggio sciolto e colorito di Dylan Thomas. Tenendo presente altre tre traduzioni europee, quella tedesca, la francese e la spagnola, e in particolare prestando attenzione ai suoni della versione in lingua madre, costantemente infarcita da slang e doppi, a volte addirittura tripli, sensi, si è cercato di attualizzare il testo per una maggior comprensione del progetto originario.
Renato Striglia ha riscritto il testo adattandolo a un uso radiofonico per mezzo di un linguaggio meno castigato e più attuale.
Nelle ventiquattrore osservate dal poeta non succede nulla di particolare, il radiodramma non si svolge attraverso una trama precisa, i personaggi si raccontano o, più spesso, vengono raccontati, attraverso pettegolezzi o esterne osservazioni al loro agire quotidiano. L’insieme è torbido e il Bosco di latte è come un magma spermatico nel quale si agitano inermi i suoi poveri abitanti.
Il Bosco di latte rimanda a Spoon River. Lì, il piccolo cimitero sulla collina popolato di epitaffi e silenzio – qui, l’intrecciarsi torbido e rumoroso del destino dei propri abitanti. A play for voices, un gioco per le voci, recita il sottotitolo di Under Milk Wood e tenendo fede a questa indicazione che si vuole riproporre a un pubblico radiofonico il lavoro di Dylan Thomas.
Le voci che si intende registrare provengono in buona parte dall’ambiente musicale: due sono le principali, in forma di narratori, la prima voce interpretata da Vinicio Capossela e la seconda interpretata da Paolo Rossi. Le altre come la prostituta del villaggio da Nada, l’oscuro calzolaio da Roy Paci, il reverendo da Giovanni Lindo Ferretti, Lily Piccolina da Rossana Casale e via via pescando tra personaggi dell’ambiente musical-popolare dei nostri giorni fino a comporre un mosaico di piccoli camei per ricucire sotto il bosco di latte le oscure trame inventate dal grande Poeta.
Il radioracconto
Opera con voci liberamente ispirata al testo di Dylan Thomas Under Milk Wood,
realizzata da Vinicio Capossela a partire da un’idea di Renato Striglia.
Trasmesso su Rai Radio3 dal 25 al 29 maggio alle ore 17 e integralmente il 3 giugno alle 20.30 e poi disponibile per 2 mesi su Raiplay Sound.
Sotto il Bosco di Latte
di Dylan Thomas
Poema per voci a uso radiofonico
Premessa
Renato Striglia è stato un uomo radiofonico. Ha dedicato la sua vita alla musica e soprattutto alla sua diffusione a onde radio. Ha iniziato a Torino lavorando a Radio Flash in coppia con Alberto Campo, insieme al quale in seguito è stato ai microfoni di Radio Rai per condurre il programma serale Stereodrome. Una passione che non si è mai spenta e che negli ultimi anni ha trovato il suo alveo nella comunità di Radio Banda Larga, da lui creata nel 2011 con Lorenzo Ricca. Da amante della radio, della poesia e della musica rock in particolare, per anni ha coltivato il progetto di realizzare in italiano il lavoro concepito appunto per la radio dal poeta gallese Dylan Thomas.
Llareggub (Bugger all – “fregali tutti” o anche “fanculo tutti” – scritto al contrario), il villaggio di pescatori in Galles in cui è ambientata la storia, è un organismo corale, una di quelle comunità che sono un po’ l’infanzia del mondo. E infatti il racconto è concepito per voci, una sorta di concertato in cui i personaggi vengono definiti in poche, fulminanti battute. La vita è espressa in tutta la sua brulicante fermentazione. Desideri, incubi, ironia, carnalità, imbevuti in una atmosfera biblica che dà la dimensione epica e irrimediabile dell’errore. Un errore che però è avvertito più come fonte di solidarietà che di separazione, perché è soprattutto un poema sull’umano, sull’innocenza perduta, sulla compassione per il comune destino espressa in maniera delicata e toccante nella preghiera al tramonto del reverendo bardo e poeta Eli Jenkins.
La vita brulicante è nella moltitudine dei nomi, nomi che raramente sono nomi propri, piuttosto aggettivazioni di caratteri, come sempre succede nelle piccole comunità.
Su questi nomi Renato aveva lavorato in un adattamento del testo dall’originale. Lavoro che voleva proseguire anche nella lingua e nella nominazione dei luoghi. Perché Llareggub è espressione profonda di una cultura abitata dalla straordinaria lingua di Dylan Thomas, ma può essere anche il villaggio di ognuno. È la forza di questo tipo di componimento in cui ognuno si riflette nello sguardo dell’altro e dall’altro è definito.
La vitalità pulsante di una giornata di primavera è espressa anche nei suoni e nei rimandi alle musiche. Ci sono echi di ballate, di canti di ubriachi, di canti d’amore e di languore.
E poi ci sono naturalmente i fantasmi portati dall’aria della notte, ingigantiti dal mare, che sempre è stato la più gigantesca macchina da incubi messa in moto dall’immaginario umano.
A queste suggestioni la cultura anglosassone ha sempre attinto, anche nel mondo del rock e del folk. Dylan (Bob) affermava che non c’era niente di rassicurante nella musica folk: sono storie che vengono dalla Bibbia e dalle pestilenze, sempre dissacrate da una ironia mordace come spesso i personaggi di paese sanno avere. Una profonda e brulicante umanità che Dylan Thomas ha nutrito nella sua poesia fino a questo poema finale (per il quale una volta in più si comprende come il Dylan acquisito abbia voluto omaggiarlo prendendone a prestito il nome).
È anche per questo che Under Milk Wood è stato l’ideale congiunzione fra musica, voci e poesia che Renato Striglia ha avuto per vent’anni in animo di realizzare.
Ci sono per noi oggi due ottime ragioni per riproporre questo poema di voci.
La prima riguarda un singolo uomo: ricordare Renato e dare vita al progetto a cui più teneva. La seconda riguarda più in generale la nostra umanità. Il distanziamento sperimentato negli scorsi anni, in questo stravolgimento dei costumi generato dalla pandemia, ci ha reso la brulicante vitalità di cui è fatto questo testo, minacciosa e piena di insidie. È il retaggio peggiore di questa esperienza collettiva: l’immunità in contrapposizione alla comunità. Respirare questa brulicante umanità non distanziata, in pieno, fermentante, assembramento ci ricorda che la vita non è mai sterilizzata, è gravida dei suoi stessi umori, e per questo è terribile e meravigliosa.
Dentro al Bosco di latte
Il bosco di latte, o albero del latte, a cui il titolo fa riferimento è probabilmente tutto il brodo vitale, le pulsioni consce e inconsce, il luogo reso lattiginoso dalla luna, biancastro come i succhi midollari. È la vita nella sua pulsione che si afferma al di là dell’etica, delle forme in cui il vivere sociale confina il desiderio. È la terra fertile che si rimescola, ed eppure è di latte, dunque generante e materna.
Il bosco lattiginoso è alle spalle di una giornata di primavera. La stagione ormonale, la stagione del risveglio vitale. La sensualità pulsa in ogni riga del racconto. Una sensualità né oscena né bigotta, che sta nella natura delle cose. Il bosco di latte è il canto alla vita dell’umanità. Copre tutte le generazioni e le classi sociali.
L’arco ciclico di una giornata rimanda alla ciclicità del tempo naturale e universale. Non c’è trama. C’è solo il brulicare della vita che non porta alla felicità, ma alla vita stessa, alla sua generazione e alla sua decomposizione. I morti si confondono con i vivi. I sogni con il reale.
È per questo che Sotto il bosco di latte è doppiamente dedicato a Renato: per la sua intima relazione con l’umanità e perché i morti in questo racconto, come gli annegati di Capitan Gatto, tornano alla memoria dei vivi reclamando la memoria. Affinché, come nel passo più toccante del poema, come Rosie, non ci si dimentichi anche di essere nati.
Realizzazione:
La spermatica vitalità del bosco di latte è stata feconda di riprese celebri in differenti ambiti di rappresentazione: la leggendaria prima radiofonica del 1953, con Richard Burton come voce guida, poi la versione con musica e canzoni di George Martin e recitazione di Anthony Hopkins, quella cinematografica di Andrew Sinclair, datata 1972 (con Richard Burton, Elizabeth Taylor e Peter O’Toole), e una più recente in occasione del cinquantenario nel 2014 con Tom Jones e Michael Sheen, in Italia c’è l’impeccabile versione radio Rai del 1954, oltre a diverse messe in scena a teatro.
La versione che ci siamo proposti di realizzare è un po’ asciugata nell’ossatura e contiene variazioni sui nomi dei personaggi e dei luoghi, nel solco del lavoro impostato da Renato Striglia, con l’obiettivo di portare a una dimensione familiare quella commedia umana che ogni piccola comunità rappresenta ogni giorno. Il testo finale è stato ricavato da un adattamento dall’originale inglese e da un confronto con le traduzioni in lingua francese e spagnola.
Il lavoro sulle voci è accompagnato da un’opera di sonorizzazione che comprende interludi musicali e canzoni inedite composte da Vinicio Capossela ispirate al testo di Thomas; una tra queste è interpretata dal cantautore in duetto con Nada.
I due narratori principali, che guidano l’ascoltatore tra le vicende degli abitanti di Llaregub, sono Vinicio Capossela e Paolo Rossi. Il resto del cast è stato ricavato a partire dalla comunità amicale che faceva capo a Renato e alla sua Torino, unitamente ad altre voci più note del mondo dello spettacolo, come Ornella Vanoni, Luciana Littizzetto e Geppi Cucciari, e anche internazionali, grazie alla presenza dell’argentino Melingo, per un totale di cinquantasei interpreti.
Appunti per un saggetto
di Luca Sebastiani
Il suono di Dylan Thomas?
di Luca Sebastiani
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Crediti

