Marinai, Profeti e Balene

EDIZIONE SPECIALE disponibile dal 26.04.2021
2 CD + DVD
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In occasione del decimo anniversario della pubblicazione di questo album, si propone il cofanetto in edizione speciale contenente due cd e un dvd. In quest'ultimo è possibile trovare il documentario registrato da Jacopo Leone dal titolo "The Belly of the Whale - Viaggio al centro della balena", che svela i retroscena della preparazione dell'opera, oltre agli estratti del concerto del 31 luglio 2011 a Roma, presso l'Auditorium Parco della Musica con ospiti speciali. Infine, due bonus tracks. E' compreso inoltre il libretto con testi, diario di bordo e note di produzione.  

 

“Marinai, profeti e balene”, una storia

 

Quella di Marinai, profeti e balene è una storia che viene da lontano. Per i temi trattati, per la molteplicità di atmosfere e la complessità di riferimenti questo doppio disco è un’opera che ha avuto bisogno di un lungo periodo d’incubazione, di un tempo abbastanza ampio per far decantare fasi esistenziali e musicali diverse, passioni letterarie di una vita ed esperienze umane successive, che solo dopo una lunga sedimentazione hanno trovato una loro necessità e coerenza nell’universo immaginario del disco.

 

 

I primi passi

 

«Se proprio vogliamo trovare, non una data, ma almeno un periodo da cui far procedere il lavoro vero e proprio – dice Vinicio Capossela – possiamo dire per comodità che tutto ha preso un’accelerazione al termine della tournée negli Stati Uniti durante la quale ho ultimato la registrazione dell’album “Da solo” (2008). In quel viaggio sono infatti venuto a contatto con un’America dove si avvertiva ancora la presenza di un’epica biblica, un po’ parente di quella di Melville o di Sherwood Anderson, che infatti stavo leggendo in quel periodo. Ricordo che di ritorno, facendo scalo a Londra presi una copia di Moby Dick in inglese».

 

Se le suggestioni americane e melvilliane hanno avuto un ruolo importante nel fecondare certe idee ancora in divenire, tuttavia ben presto è un’occasione materiale a mettere Capossela sulla rotta di Marinai, profeti e balene. Quando per la Giornata Mondiale del Libro del 2008 promossa dall’Unesco prepara a Genova un reading sul lato biblico di Moby Dick, sul Libro di Giona e, più in generale, «sulla letteratura di mare, quella cioè che espone di più l’uomo al suo destino e mi ha ispirato almeno dai tempi di Canzone a manovella» (2000).

 

Il reading ha poi preso corpo in occasione dell’Andersen Festival di Sestri Levante, che nel 2008 aveva come tema «la memoria dell’acqua». Lì, nel corso di un concerto reading dal titolo Storie di marinai, profeti e balene, Capossela ha suonato su una chiatta in mezzo al mare nella Baia del Silenzio, inserendo in scaletta inediti nati espressamente per quello spettacolo, «passi di Moby Dick o della Bibbia parzialmente musicati o declamati in forma di “predica musicata”». Questo strano ibrido di canzone con narrazione si è poi sviluppato fino ad assumere la forma di alcuni brani del nuovo disco, come I fuochi fatui, un pezzo che rompe il recinto della canzone presentandosi piuttosto come una sorta di evocazione musicale. In altri casi invece, sempre in quel contesto, l’autore ha messo in musica brani già presenti nelle pagine di Melville o da lì liberamente tratti, che nel tempo sono divenuti canzoni come Il grande Leviatano, Oceano oilalà, Billy Bud, ma anche Job, tratto dal Vecchio Tetsamento, e Printyl, liberamente adattato da Scandalo negli abissi, un racconto di Louis Ferdinand Céline.

 

Lo spettacolo è poi stato replicato in altre occasioni e quando Capossela ha iniziato il lavoro di scrittura vero e proprio di Marinai, profeti e balene, all’inizio del 2010, ha deciso «di conservare il nome del progetto allargandolo a tutta una serie di episodi sempre legati alla letteratura, ma più mediterranei, ancestrali. Innanzitutto Omero e i temi sollevati dalla figura di Odisseo». Sarà infatti l’immaginario omerico fino all’ultima avventura dell’Ulisse di Dante a costituire la spina dorsale del secondo cd di Marinai, profeti e balene, così come le atmosfere melvilliane hanno ispirato il primo.

 

 

La produzione

 

Insieme all’ingegnere del suono e coproduttore del disco Taketo Gohara, che con Capossela aveva già lavorato in Da solo e Rebetikos Gymnastas (in uscita dopo Marinai, profeti e balene), e ad un’altra figura fondamentale per questa opera, il compositore e arrangiatore Stefano Nanni, Capossela ha iniziato nell’estate 2010 nei vecchi studi di Radio Capodistria, a Koper, in Slovenia, la prima fase di pre-produzione.

 

La vera innovazione produttiva, dice Capossela, è di «aver costruito il disco un po’ come si fa con una barca, partendo da uno scheletro, che in questo caso non poteva che essere il pianoforte a coda lunga, che ha già la forma del capodoglio». All’inizio di ottobre un vecchio pianoforte tedesco degli anni Trenta, marca Seiler - «l’ho scelto per la forma e anche soprattutto per la sua assonanza al vocabolo inglese sailor» - è stato issato a 80 metri d’altezza sul mare, nella sagrestia dell’Assunta, presso il Castello Aragonese di Ischia. Qui «tra lo stridio dei gabbiani e i fantasmi del mare» si è unito alla piccola ciurma anche l’accordatore del Seiler, Egidio Galvan, e sono stata registrate le tracce piano e voce.

 

Dopo il primo scheletro sono stati scritti gli arrangiamenti, «proprio come quando si mette la velatura all’imbarcazione». La prime vele sono state le parti dei cori, «un’innovazione per me dal punto di vista musicale», che spaziano dalle grandi arcate gotiche dei cori classici di Il grande Leviatano e I fuochi fatui, interpretati dal Coro degli Apòcrifi di Roma composto da 16 elementi tra soprani, contralti, tenori e bassi; ai cori da ciurma dei Drunk Sailor in Billy Bud; dai cori di voci bianche del Coro dei Mitici Angioletti ne La bianchezza della balena; all’ancestralità femminile del coro di Valeria Pilia in Calipso; fino alle coralità anni Trenta delle Sorelle Marinetti in Printyl.

 

Insieme ai cori, la ciurma ha fatto ricorso anche ad alcune partecipazioni vocali straordinarie come quella di Daniel Melingo, cantautore argentino con voce da sopravvissuto degli abissi; quella di Psaradonis, lo Zeus con la lyra cretese; o quella di strumenti che evocano la voce umana come le Ondes Martenot nel brano Le sirene.

 

Allo scheletro della barca e alle prime vele è stata poi data completezza con una molteplicità di strumentazione. Strumenti classici come il fagotto, il controfagotto, l’arpa, il contrabbasso, la viola, l’oboe d’amore; e strumenti più particolari come il teremin ad onde elettromagnetiche; o il grande “freak instrument” creato dai Cabo San Roque, un gruppo di Barcellona che ha inventato un’orchestra meccanica, una gigantesca apparecchiatura che fa suonare le ance.

 

A consolidare la struttura dell’imbarcazione hanno contribuito anche il percussionista brasiliano di New York Mauro Refosco; il grande contrabbassista Greg Cohen, presente in cinque pezzi; il chitarrista Marc Ribot; il giovane Francesco Arcuri, musicista elettroacustico-sperimentale che ha prodotto campioni, rumori e suonato la sega musicale; e poi Antonio Marangolo, Jimmy Villotti e Ares Tavolazzi musicisti storici nell’avventura musicale di Capossela.

 

 

Nella terra di Zeus

 

Alla fine d’autunno la ciurma di Marinai, profeti e baleni sbarca a Creta per una tappa fondamentale sulla rotta del compimento dell’opera. Nella terra del mito Capossela era già stato per scrivere i pezzi omerici e in quell’occasione aveva avuto modo di ascoltare i dischi di Psaradonis, alias Antonis Xylouris, classe 1942, una leggenda della musica cretese, lo Zeus della lyra. «Superfluo dire che sono rimasto folgorato dalla voce gutturale e dal suono evocativo e profondamente ancestrale della lyra di quest’uomo che vive vicino al monte Ida, sotto la famosa grotta dove il mito vuole che sia stato allattato Zeus».

 

Nello studio Eliotrofio a Heraklion, alle falde del monte Ida, senza leggere la musica e senza l’ausilio di cuffie, monitor e quant’altro, Capossela, Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra, Psaradonis alla lira e tre suoi figli al lauto, l’oud, altri strumenti a corda, vasi e tamburi vari, disposti in circolo hanno registrato Job, L’aedo, Dimmi Tiresia e Vinovinocolo.

L’Opera

 

Alla fine ogni canzone ha una sua fisionomia, una sua solida struttura particolare. Per ogni brano è infatti stato scelto un suono o uno strumento che ne caratterizzassero un’evocazione particolare, che corrispondesse al testo e ad un’emozione. Si spiega così il ricorso allo studio delle armonie celesti di Keplero o ai gamelan di Bali campionati da un noto etnomusicologo tedesco.

Indubbiamente la scelta della scaletta non è stata facile. «Nessuno di questi pezzi poteva rimanere fuori, l’opera li riguardava tutti. Poi stabilire in che modo li riguardasse non era affatto chiaro. A cose fatte posso dire che il fatto che dovesse stare in due supporti l’ho trovato anche giusto. Trovo che siano complementari, ma con personalità diverse. Il primo, sia nei temi sia nella realizzazione musicale, è più biblico, oceanico, ha un immaginario d’alto mare, mentre il secondo è mediterraneo e privilegia l’epica omerica. È proprio il caso di dire che siamo di fronte all’opera che s’impone al suo autore».