ECLISSICA

Feltrinelli
ECLISSICA

Che cos’è una Eclissica? Una ellittica sulle rotte mancate? Una ellissi sulle epoche della vita? Un trattato sulle eclissi? Un eclissamento dal reale?
Questo libro è un lunario, un abecedario, un diario di bordo, una narrazione del visibile e dell’invisibile. C’è un viaggio nell’opera di un autore, e un viaggio dell’autore nelle opere della vita. È un libro nato dall’oscuramento generale di una eclissi, che procede per lampi.
Nell’oscurità del tempo, i copricapi, i nuclei delle loro calotte, i dischi volanti delle loro ali, orbitano come corpi celesti nel nero, come a mettere il cappello agli ultimi quindici anni, da un funerale papale a una indulgenza urbi et orbi.
La vita, come il sole, brucia la cornea a guardarla mentre avvampa. Bisogna metterci di mezzo il vetrino oscurato della scrittura per poterne fissare le rotte. Del resto il destino, come la balena, si rivela solo quando è passato, un attimo prima di reimmergersi nel buio.

Vinicio Capossela spia questa stagione attraverso le crepe, il prodigio, i fallimenti che permettono la creazione e, da artista che pone ostinatamente la sua opera fuori dalla dittatura dell’attualità, finisce per esserne fra i più acuti osservatori.

A lampi si impenna il tempo in verticale del racconto, della visione e del mito, come impennano le balene a sud, nei pressi dei poli.
A lampi ci coglie la vita dopo che l’oscurità ci ha inghiottiti e protetti.

IL PAESE DEI COPPOLONI

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“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle terre dei padri. Il viandante procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria popolata di storie. E le storie gli vengono incontro nelle vesti di figure, ciascuna portatrice di destino, che hanno il compito di ispirati accompagnatori. Luoghi e personaggi suonano, con i loro “stortinomi”, immobili e mitici, immersi in un paesaggio umano e geografico che mescola il noto e l’ignoto. Scatozza “domatore di camion”, Mandarino “pascitore di uomini”, la Totara, Cazzariegghio, Pacchi Pacchi, Testadiuccello, Camoia, la Marescialla: ciascuno ragguaglia il viandante, ciascuno lo mette in guardia, ciascuno sembra custode di una verità che tanto più ci riguarda, quanto più è fuori dalla Storia. Il viandante deve misurarsi, insieme al lettore, con un patrimonio di saggezza che sembra aver abbandonato tutti quanti si muovono per sentieri e strade, sotto la luna, nella luce del meriggio, accompagnati dall’abbaiare dei cani. E poi ci sono la musica e i musicanti. La musica da sposalizio, da canto a sonetto, la musica per uccidere il porco, la musica da ballo per cadere “sponzati come baccalà”, la musica da serenata, il lamento funebre, la musica rurale, da resa dei conti. Vinicio Capossela ha scritto un’opera memorabile in cui la realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso grandioso, epico, dell’umana esistenza, di un passato che torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro caos.

TEFTERI

Le Silerchie
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Una taverna invisibile dalla strada, una porta modesta a segnalare l’ingresso. Dentro, pochi tavoli, luci basse, fumo. In fondo alla sala una piccola pedana, dove si suona seduti in linea, di fronte agli avventori. Voce, chitarra, buzuki. Stasera si suona rebetiko. Si ascolta mentre si mangia e si beve. È l’eucaristia che si riceve da seduti, senza poter scappare, e la taverna è la sua chiesa. Vinicio Capossela ha percorso le strade della Grecia nell’anno del tracollo finanziario. Ha incontrato quel che resta dei leggendari rebetes nelle taverne di Atene, Salonicco, Creta, catturando visioni, ebbrezze, magie e illusioni su un piccolo taccuino, il suo Tefteri. Capossela racconta una Grecia inedita, sofferente e fiera, che riscopre il rebetiko come musica della krisis. Una musica dell’assenza, nata dalla rabbia e dalla nostalgia di un popolo, quello greco-turco, che nel 1922 si trovò sradicato e straniero in patria. Rebetiko è scelta politica. Rebetiko è appartenenza. È il canto di sirena che riecheggia nei porti del Mare nostrum. Per il rebetiko non si applaude, si rompono piatti: la radice della sua forza unica affonda nel suo anarchismo. Nota dopo nota, pagina dopo pagina, il Tefteri è la trascrizione dei debiti e dei crediti che bisogna fare per “imparare il mestiere di campare”. Il registro dei conti in rosso che tutti hanno con la vita e la morte. Perché, fin dall’antichità, quello che viene dalla Grecia partecipa dell’universale, ci dice dell’uomo e del suo destino, là dove è nato…

IN CLANDESTINITÀ

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“Pagine in forma di round, perché la boxe è un po’ la metafora della vita. Un incontro dopo l’altro. Il gong e ancora il gong, e noi sempre più suonati, destinati tutti a diventare vecchie glorie, orfani dei riflettori della nostra gioventù.” Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino “Cinasky” in un libro a quattro guantoni in forma di round. Due amici, due “compagni di sbronze” – Mr Pall e Mr Mall -, complementari e indivisibili come la scritta sul pacchetto di sigarette, alle prese con l’epica della quotidianità. Ubriacature e abbandoni, solitudine e vagabondaggi notturni, scorribande negli ipermercati e vecchie auto scassate e, su tutto, l’amicizia che sempre salva e tiene a galla.

NON SI MUORE TUTTE LE MATTINE

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Una stagione all’inferno. Dove l’inferno è l’io di chi racconta e insieme la scena, metropolitana, suburbana, in cui si muove, accompagnato dall’amico di sempre, Nutless e dall’amico alcolico e diabolico, Chinaski. Si procede muovendo dal centro verso l’esterno, dal chiuso di uno scantinato verso il quartiere e poi verso l’angoscia delle tangenziali, della piana “ipermercata”, e verso un surreale interregno dove tutto può accadere. Oltre, vi è solo il viaggio, un viaggio lungo le strade defraudate di storia e di vita della “Balcanìa”, verso i confini estremi di “Stanbùl”, nelle taverne in cui la musica del rebetico riconferma vitalità e sconfitta. Epopea di perdenti, unica razza che ha potuto conoscere la grandezza e la bellezza.

I CERINI DI SANTO NICOLA

Inedizioni Frittflacc Etcetera
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 “Sono passati 15 anni da quando nel periodo del natale 2002, con Jacopo Leone e Francesca Leoncini giocammo a inventarci un protettore delle vittime dei propri errori, un protettore degli scappati di casa, di quanti hanno perso il ritorno, di quanti sono migrati e restati nell’orbita del magnete della stazione centrale senza più andarsene. Lo eleggemmo nella figura di un santo emigrante, ai nostri occhi scalcinato, di nome Nicola, come molti degli emigranti meridionali che ci si erano affidati. Parente di quel Nicolaus, che fu il primo portatore di doni, e che poi si fece poi rubare il mestiere da Babbo Natale. Si è fatto portare via tutti i regali volentieri, perché dei desideri di grandi e bambini non si fida: sono infiniti e mutevoli, e anzi ammonisce di fare attenzione a quel che si desidera che poi magari è capace che si avvera. Si è tenuto da parte un solo dono, dei cerini di legno, una cosa da niente che però compie un grande miracolo: dona la capacità di sapersi parlare, dona la possibilità del racconto e perciò della com-passione, della com-prensione. La capacità di vedere nelle disgrazie degli altri anche le nostre e dunque assolversi e essere in qualche modo fratelli: tutti disgraziati alla pari. La pioggia si è fatta neve e non ferisce ma bagna…l’incantesimo del fuoco e del racconto nella stagione dell’inverno, necessario perché, come dice il santo, chi è solo se ne accorge a Natale.“

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