In clandestinità

In clandestinità
Il libro

prefazione Mr Mall

Allora Vincenzo Costantino aveva molti nomi, e con molti nomi finiva sulla carta. Che bisogna dire che all’epoca beveva di più di quanto scrivesse, e i suoi fuochi d’artificio erano tutti negli atti. Era la colata della letteratura, solo che era letteratura prima che si solidifichi sulla carta. Però ecco, era un’amicizia che dava un tono letterario alle vicende, che sempre si intridevano del mio invincibile senso di miseria. In questo senso Enso, Caarlo, Cinaski, il Vecchio, Cina, Ciàina, Vincent e tutti insomma i nomi che gli si attaccavano addosso, era causa di questa condizione e anche la cura.

Perché accanto al fastidio delle sue sparate, dei suoi e dei miei eccessi, delle situazioni a cui si arriva quando si dice che è più la fatica che il gusto, insieme alle sue macchine scalciate, c’è sempre stato anche “quello più grosso di me”. L’uomo, con la sua bussola per orientarsi tra le trappole e le tentazioni. In questo senso egli è felino, tra i felini che dice di amare (a distanza dato che non ne ha mai avuto uno). Come loro saggia le cose con la zampetta, valuta. E sa lasciar perdere. Dicevo allora di questo senso di orientamento, e soprattutto questo senso del Buonumore. Enso è sempre stato il compagno che ha quei 4 accorgimenti che ti fanno stare meglio. Che ti fanno accorgere delle cose. Che c’è una radio nella stanza, e il suo dito a cono sa sempre scovare la stazione giusta, che quella marca di pane da toast, o di tonno, è meglio di quell’altra ed era un conforto farsi un giro insieme al supermercato… ora la spesa se la fa portare direttamente a casa. Che insomma, sa fare storia della storia, che sia piccola o grande, che ha questo sguardo disilluso, dolente, comprensivo e rielaboratore. Che ti conforta come una vecchia giacca da marinaio.

Vinicio & Cinasky

Sei a spasso con lui, e già ti senti nella pagina che scriverai. La maggior parte di quelle pagine non sono state scritte, ma hanno dato un tono epico alla vita mentre accadeva. E col tempo hanno edificato un mondo del tutto immaginario e personale, però solido. Quanto di più prezioso si possa avere, che a volte arriva a coincidere col proprio senso di identità.

Quando si inizia ad aver fatto un consistente numero di anni di cammino, ecco che si ha il privilegio, che solo il tempo concede, di avere assistito a dei percorsi, al compiersi di alcune strade, di alcune vicende. Anche se non sono più la parte consistente della tua vita, dà sicurezza sapere che ci sono, che si può dare un’occhiata a dove quei cammini sono finiti.

Sono come quelle colonne delle cartine antiche, fanno la nostra geografia. O come diceva Sam Elliot,il tizio coi baffi nel finale de Il grande Lebowski, fa piacere sapere che il Drugo, the Dude, è in città.

E anche a me fa piacere,sapere che Caarlo è in città, e ci sono andato diverse volte a raggiungerlo, in bermuda, nel conforto dell’aria condizionata, in quei suoi vasti supermercati a comprare la panna liquida, mentre fuori è caldo e insensatezza. O infilarsi al cinema a vedere Mosche da bar di Steve Buscemi, o finire nel bowling, a sperimentare un differente tipo di strike..

Vinicio & Cinasky

Mi fa piacere che ci siano delle pagine, oltre la vita, in cui continuare a vivere quel tono, quella questione di stile, che fa si che queste rotaie di tram, che queste macchine parcheggiate, che l’aria nel quartiere nella mattina di sole, ispiri il fischiettamento di “Una giornata perfetta”. Quando lo conobbi arrivò a rimpiazzare il mio amico “più grosso di me”, Nutless, lasciato e sposato nella pianura ipermercata, a disegnare soldatini di piombo. Capitò nel mezzo di vicende grosse, in una città che sentivo inutile e ostile. E partecipò al progressivo demolimento di quelle che sembravano essere colonne portanti dei doveri e del sentirsi in qualche modo a casa. E poi in quel passaggio doloroso, in cui si rimane “senza ali e senza te”, non so dire se era una causa o un alibi di tutto quel terremoto che la gioventù scatena quando inizia a sentirsi minacciata di morte. Quantunque Enso ci fu, in quelle e nelle strade più solitarie e clandestine che seguirono. E non sapevo mai davvero se credere nel balsamo della sua parola, che a volte andavo cercando come una qualche forma di rivelazione, fosse dannoso o se c’era da trovarci qualcosa anche di me, sotto tutte quelle scrollate. Forse queste pagine, così com’erano, andavano pubblicate, nel caso, all’epoca in cui annusavamo l’epica letteraria, sostenendo la piccola casa editrice Marcos y Marcos, ubicata proprio nel Barrio, qui nella via Settala, dietro l’enoteca Piazza. Da lì dopo le visite agli uffici prendevamo la strada per questi reading nel nome di Fante, che fornivano l’occasione per leggere le nostre pagine dattiloscritte e impregnate, in copia unica dagli eventi. Non ci curavamo nemmeno di dire chi aveva scritto e che cosa. Erano prove di graffio, e a quello bastavano. Forse anche per lo stesso pudore si è evitato di pubblicarle, o perché erano troppo contemporanee a quello che stava accadendo, o per non passare per emuli di un maestro. Insomma non furono pubblicate e basta. O forse perché le cose si vedono meglio quando la vita ci ha messo una distanza che le rende innocue. E’ allora che possono diventare pagine. Anzi pagine e pugni. Pagine in forma di Round, perché la boxe è un po’ la metafora della vita. Un incontro dopo l’altro. Il gong e ancora il gong, e noi sempre più suonati, destinati tutti a diventare vecchie glorie, orfani dei riflettori della nostra gioventù. La vita non ci concede rivincite, né la strada già fatta, né i balconi. Solo Enso me le concede. E lui, come il tuo passato, non sai se lo vuoi affrontare, o se lo vuoi abbracciare.

Vinicio Capossela